Il parental control funziona? Come mediare l’utilizzo delle tecnologie da parte dei minori 2020-07-13T15:36:15+02:00

 Il parental control funziona? Come mediare l’utilizzo delle tecnologie da parte dei minori

Finora abbiamo parlato di cosa e come fare per guidare i ragazzi a un utilizzo più consapevole dello smartphone, ma queste tecniche sono efficaci? A che condizioni la mediazione dei genitori funziona? Fino a che punto possiamo intervenire nelle abitudini digitali dei nostri figli? In questa pillola sintetizziamo ciò che dice la ricerca sul tema.

Innanzitutto, bisogna chiarire cosa si intende per tecniche di Parental Control. Come abbiamo detto nella prima pillola[1], le opzioni di sorveglianza che possiamo attivare tramite i dispositivi costituiscono una delle forme di controllo in grado di aiutare il genitore nel proprio compito. Tuttavia, queste modalità non possono né devono sostituire l’intervento diretto dell’adulto. Nelle pillole successive[2], dunque, abbiamo cercato di suggerire soprattutto azioni di supporto che favorissero la condivisione e il dialogo all’interno del nucleo familiare.

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Mediazione restrittiva o attiva degli strumenti digitali?

Gli interventi di Parental Control, infatti, si possono dividere in 2 grandi categorie: la mediazione restrittiva e la mediazione attiva. Per mediazione restrittiva si intendono i limiti temporali o i divieti di visione di determinati contenuti imposti ai figli, mentre per mediazione attiva intendiamo la discussione tra genitori e figli sui contenuti e le regole di accesso ai media digitali, l’uso insieme degli schermi e la concessione di spazi di autonomia ai minori (Livingstone et al., 2017). Ognuno di questi approcci presenta pro e contro (Chen & Shi, 2019):

  • Le azioni di mediazione restrittiva sono efficaci nel tenere sotto controllo il tempo speso online e di conseguenza i potenziali rischi della rete, ma il prezzo da pagare è la netta riduzione dell’apprendimento e delle opportunità Infatti, focalizzarsi solo sul tempo massimo di accesso ai media digitali porta a non tenere in considerazione la natura dell’interazione che i bambini hanno con gli strumenti e ostacola l’elaborazione di buone pratiche per un uso attivo, ma consapevole. Prendere in considerazione anche il contenuto di ciò che i ragazzi fanno e guardano online, il contesto in cui questo accade e la loro consapevolezza posso dare indizi molto più completi sulla pericolosità o utilità delle loro attività online rispetto a un semplice divieto.
  • Interventi di tipo attivo come il confronto e una certa libertà d’azione favoriscono lo sviluppo di competenze e l’inclusione digitale, ma allo stesso tempo espongono maggiormente i bambini a possibili rischi. Lasciati liberi di approcciare i dispositivi, i ragazzi hanno la possibilità di imparare mentre esplorano e sfruttare in autonomia le opportunità digitali, tuttavia le esperienze che incontrano potrebbero trasformarsi in danni se mancano le difese. Questo vale specialmente per ragazze e giovanissimi, le vittime principali di bullismo online, campagne di odio e messaggi a sfondo sessuale.

Cosa fare, dunque? Alcune linee guida

Sembra dunque che nessuno dei metodi sia vincente in assoluto, ma che sia necessario identificare una modalità di intervento che bilanci pro e contro di ciascun approccio. Nella definizione di questa formula di linee guida è fondamentale bilanciare rischi e opportunità che derivano da ciascun metodo. Di seguito riportiamo alcuni spunti di riflessione derivanti dalla letteratura:

  • Per quanto riguarda la durata degli effetti nel tempo, le conseguenze delle sole misure restrittive adottate durante l’infanzia non sembrano essere a lungo termine. In particolare, per quanto riguarda i social media, è stato osservato che le abitudini d’uso dei giovani adulti non sono il riflesso dell’essere cresciuti o meno in famiglie in cui la quantità di uso dei social era regolata dai genitori, ma bensì dell’aver sviluppato capacità di auto-controllo (Panek, 2014). Sembra dunque che le misure restrittive diano frutti positivi nell’immediato, ma che debbano essere sostenute da interventi di supporto che rendano i bambini autonomi nel tempo.
  • Come accennato nella prima pillola, è bene che i figli non avvertano un eccesso di sorveglianza da parte dei genitori poiché potrebbero interpretarlo come una mancanza di fiducia, che si potrebbe rivelare controproducente. Alcune ricerche riportano, infatti, che più controllo e meno dialogo potrebbero creare una dinamica negativa per cui i bambini imparerebbero a non portare l’attenzione dei genitori sulle loro attività online (Livingstone et al., 2017). Importante è, inoltre, tenere sempre a mente che anche in questo ambito i genitori costituiscono dei punti di riferimento importanti per i figli e il loro uso dei dispositivi digitali, le attività svolte come il tempo dedicato, verranno prese da questi come modelli di uso corretto.
  • Tra le misure di mediazione attiva, il co-uso dei dispositivi digitali potrebbe avere effetti positivi specialmente per quanto riguarda i bambini fino ai 10 anni. Questi infatti sembrano avere più difficoltà a identificare i rischi online, a distinguere i siti credibili o fasulli e a reagire attivamente a situazioni di stress, come l’esclusione online da parte di pari o la perdita in giochi virtuali. È stato osservato che quando i genitori partecipano attivamente insieme ai loro figli alle attività allo schermo, facendo domande o chiedendo spiegazioni, questi riescono a imparare e metabolizzare meglio i contenuti (Strouse, 2013). Il vantaggio del co-uso, che sia sedere insieme davanti al computer o essere presenti nella stessa stanza, è principalmente sia di portare a conversazioni fruttuose sulle attività svolte online dai bambini sia di garantire un certo controllo sulle attività svolte da parte del genitore.
  • Accrescere le proprie competenze digitali sembrano essere un valido supporto sia per i genitori che per i figli: i primi avranno un’idea più chiara del contesto che sono chiamati a regolare e i secondi coglieranno meglio le opportunità e si difenderanno più efficacemente dai rischi che incontreranno (Nikken & Opree, 2018). In particolare, è bene che i genitori siano al corrente degli strumenti e delle applicazioni presenti negli store digitali e di quelli più popolari nella fascia di età dei loro figli. Conoscere l’ambiente in cui i bambini si muovono evita un ricorso eccessivo a metodi restrittivi, e allo stesso tempo fornisce gli strumenti per non trovarsi impreparati davanti ai rischi a cui un approccio più permissivo li potrebbe esporre.

Il parental control non si sostituisce al genitore

La letteratura sembra dunque guardare al parental control in modo molto positivo: anche nel campo dei media digitali, i genitori possono essere per i propri figli sia dei modelli che delle guide. Occorre trovare un equilibrio tra l’approccio restrittivo e quello attivo. Fornire dei limiti è importante, soprattutto quando i bambini sono molto piccoli, ma questi devono essere discussi e motivati assieme ai loro; è utile poi accompagnare questi limiti con l’utilizzo congiunto degli strumenti digitali, ed è infine bene fornire ai bambini margini sempre crescenti di autonomia in accordo con la loro età. In questo modo i ragazzi saranno in grado di sviluppare l’autoregolazione necessaria a un uso responsabile e sicuro degli strumenti digitali, che sia continuativo nel tempo.

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Note

[1] Si veda: https://www.benesseredigitale.eu/parental-control-tre-passi-semplici-e-immediati-per-iniziare/

[2] Si veda: https://www.benesseredigitale.eu/materiali/

Bibliografia

Chen, L., & Shi, J. (2019). Reducing harm from media: a meta-analysis of parental mediation. Journalism & Mass Communication Quarterly, 96(1), 173-193.

Livingstone, S., Ólafsson, K., Helsper, E. J., Lupiáñez-Villanueva, F., Veltri, G. A., & Folkvord, F. (2017). Maximizing opportunities and minimizing risks for children online: The role of digital skills in emerging strategies of parental mediation. Journal of Communication, 67(1), 82-105.

Nikken, P., & Opree, S. J. (2018). Guiding young children’s digital media use: SES-differences in mediation concerns and competence. Journal of child and family studies, 27(6), 1844-1857.

Panek, E. (2014). Evidence for the effects of parental mediation and childhood media use on US college students’ social media use. Journal of Children and Media, 8(2), 127-145.

Strouse, G. A., O’Doherty, K., & Troseth, G. L. (2013). Effective coviewing: Preschoolers’ learning from video after a dialogic questioning intervention. Developmental psychology, 49(12), 2368.